Episodio 7 - Erbe selvatiche
Linn dormiva male.
Anche da sdraiata, con la gamba sistemata alla meglio e la schiena appoggiata alle coperte, continuava ad avere quel viso contratto che ogni tanto tradiva una fitta di dolore. La fasciatura improvvisata che le avevo fatto non mi piaceva per niente. Aveva fermato un po’ il gonfiore, forse, ma non bastava. Serviva qualcosa di meglio. Erbe buone, radici da pestare, foglie da usare come impiastro. Qualcosa che aiutasse davvero.
Restai per qualche istante accanto a lei, ad ascoltare il rumore del fiume e il frinire ostinato degli insetti tra le canne. Il sole stava già calando, e il bosco lì vicino si faceva più scuro a ogni minuto.
Alla fine mi alzai.
“Vado nel bosco,” dissi piano. “Cerco qualcosa per la caviglia.”
Non mi aspettavo risposta. Men che meno quella.
“Vengo con te.”
Mi voltai e vidi Vesha già in piedi, con le braccia incrociate e quell’aria sua che non lasciava mai capire fino in fondo cosa stesse pensando. I capelli scuri le cadevano sulle spalle in modo un po’ selvatico, e nella luce incerta del tramonto il suo viso sembrava quasi più morbido del solito. O forse ero solo io a guardarla troppo.
“Non serve,” le dissi. “Non vado lontano.”
“Non ti ho chiesto il permesso.”
Mi sfuggì quasi un sorriso.
Non molto tempo prima, una frase del genere da parte sua mi avrebbe fatto pensare al peggio. Vesha era stata fredda, ostile, persino minacciosa. Una di quelle persone che sembrano sempre a un passo dal decidere che sei un peso da eliminare. E invece ora voleva venire con me nel bosco, per aiutarmi a cercare erbe per Linn.
La cosa mi spiazzava. Certo voleva aiutare la sua amica e sicuramente voleva assicurarsi che non tentassi di ucciderla con delle erbe velenose. Però mi sembrava una preoccupazione un po' troppo esagerata.
Più ancora mi spiazzava il fatto che, nonostante tutto, lei mi fosse piaciuta fin da subito. Lei e Linn mi erano piaciute fin da subito. Cosa c'era in me che non andava? Vesha e Linn avevano pianificato di uccidermi alle terme, solo qualche giorno fa. Alla fine non l'avevano fatto è vero. Anzi si erano mostrate a me completamente nude e avevano iniziato a darmi piacere con i loro corpi. A ripensarci adesso ero stato molto fortunato. Potevo uscirne morto e invece ne ero uscito appagato.
Mentre ero assorto in questi pensieri, mi accorsi che Vesha mi stava guardando schifata. Probabilmente avevo una faccia da maniaco e ripensare a lei e Linn nude e alle loro mani sotto l'acqua delle terme.
“Va bene,” dissi alla fine. “Però se troviamo qualcosa di utile, non fare la schizzinosa.”
Lei alzò appena un sopracciglio. “Dipende. Le radici sanno spesso di terra e delusione.”
Sbuffai una risata. “Allora ti sentirai a casa.”
Per un attimo mi fissò con quel suo sguardo da animale diffidente. Poi, contro ogni previsione, rise davvero.
Ed è lì che capii che andare nel bosco con lei sarebbe stato molto più complicato di quanto pensassi.
"Piri, bada a Linn", dissi, con un tono autoritario che detto da me sembrava solo ridicolo. E infatti Piri mi guardò stupida e poi guardò Linn, come per chiedere cosa volessi dire con quella strana frase. Era chiaro che Linn, anche se ferita alla caviglia, era perfettamente in grado di badare a se stessa e a Piri anche da seduta.
Il sentiero sparì quasi subito.
Entrammo tra gli alberi seguendo le zone più umide, dove il terreno era più morbido e quindi più favorevole a certe piante. Mi chinavo spesso, spostavo foglie, tastavo la corteccia degli alberi, spezzavo rametti per sentirne l’odore. Ogni tanto trovavo qualcosa che sembrava promettente: una pianta amara che forse avrebbe potuto aiutare contro l’infiammazione, una radice sottile, certe bacche aspre da pestare con altre erbe.
Vesha mi seguiva senza lamentarsi. Anzi, con mio crescente disagio, mi seguiva fin troppo bene.
Quando mi fermavo, si accovacciava vicino a me. Quando raccoglievo qualcosa, si piegava anche lei. E non potei fare a meno di notare che si piegava con una lentezza quasi studiata, come se sapesse benissimo che stavo guardando e si divertisse a rendermelo impossibile. Ogni tanto mi sfiorava il braccio, la spalla, il dorso della mano mentre mi passava foglie o frutti. E soprattutto rideva.
Rideva delle mie battute stupide.
Rideva quando borbottavo tra me e me.
Rideva persino quando mi punsi un dito con una spina e insultai un cespuglio come se fosse un nemico personale.
“Non sapevo fossi così coraggioso,” disse porgendomi una foglia larga. “Sfidi persino le piante.”
“Qualcuno dovrà pur difendervi dalla flora locale.”
“Molto nobile.”
“E molto sottovalutato.”
Lei rise di nuovo.
E quella risata, più che allegra, era vicina. Troppo vicina.
Cercai di concentrarmi. Su Linn. Sulla sua caviglia. Sul fatto che avevamo poche monete e che quindi quelle erbe raccolte lì, una per una, potevano davvero fare la differenza. Cercai di ricordarmi che non ero lì per perdermi negli occhi di Vesha come uno scemo.
Ma Vesha, a quanto pareva, aveva deciso di rendermi il compito impossibile.
A un certo punto ci fermammo davanti a un cespuglio carico di piccoli frutti rossi. Ne raccolsi uno e lo osservai controluce.
“Forse questi sono buoni,” mormorai. “O forse ci uccidono entro sera.”
“Molto rassicurante.”
“Posso assaggiarne un pezzetto.”
“E se muori?”
Feci spallucce. “Almeno non dovrò più cercare radici.”
“Che spirito pratico.”
Spezzai il frutto con le dita, ne assaggiai appena la polpa e feci una smorfia.
“Aspro,” dissi. “Ma non cattivo. Credo si possa usare.”
Vesha si avvicinò di un passo. “Fammi sentire.”
“Te ne raccolgo uno.”
“No.”
Mi prese il polso prima ancora che capissi cosa stesse facendo.
Fu un gesto rapido, naturale. Come se toccarmi così fosse la cosa più normale del mondo.
Poi avvicinò il viso alla mia mano e assaggiò direttamente il frutto dalle mie dita.
Lentamente.
Per un istante smisi di respirare.
Sentii il profumo dei suoi capelli, il calore del suo respiro, il tocco leggerissimo delle sue labbra sulle dita. Alzò gli occhi verso di me, e in quel momento il bosco intero sembrò farsi lontano. Restammo lì, immobili, con troppo poco spazio tra i nostri visi e un silenzio improvviso che mi batteva addosso più forte del cuore.
Ero sicuro che stesse per baciarmi.
Assolutamente, stupidamente sicuro.
Poi un rumore secco spezzò tutto.
Un ramo calpestato.
Poi un altro.
Vesha si scostò di colpo. La vidi cambiare espressione nello spazio di un respiro: via ogni morbidezza, via ogni gioco. I suoi occhi tornarono freddi e attenti, e una mano andò subito all’arma.
Anch’io mi irrigidii. Restammo fermi ad ascoltare.
“Piccolo animale?” sussurrai.
Lei scosse appena la testa e indicò il terreno.
Mi accovacciai e vidi le impronte. Non erano di un animale. Erano tre piste diverse. Passi leggeri, prudenti, ma non abbastanza da non lasciare traccia.
“Tre,” mormorai.
“Lo vedo.”
Lasciai a terra il mazzo di erbe raccolte e mi rialzai piano. Di colpo il bosco non mi sembrò più un posto tranquillo. Ogni tronco diventò un riparo possibile. Ogni cespuglio una minaccia.
Il primo comparve da dietro una quercia con troppa sicurezza, e per questo non fece una bella fine. Vesha gli fu addosso con una rapidità feroce, costringendolo a indietreggiare prima ancora che riuscisse ad alzare bene l’arma. Io mi spostai di lato giusto in tempo per evitare il colpo del secondo, che mi fece vibrare il braccio fino alla spalla quando lo parai.
Il terzo cercò di aggirarci.
“Alla tua destra!” gridai.
“Lo so!”
Vesha girò su se stessa con una grazia quasi rabbiosa, colpendo di taglio. L’uomo urlò, e io approfittai dell’apertura per lanciarmi contro il mio avversario e buttarmelo addosso con tutta la forza che avevo.
Fu uno scontro breve, sporco, affannoso.
Foglie smosse sotto gli stivali.
Terra scavata.
Respiro corto.
Un dolore secco nelle mani.
Uno dei tre provò a fuggire, io tentai di fermarlo per le vesti, per interogarlo. Ma Vesha gli si lanciò addosso con una ferocia quasi esaltata. Quando anche l’ultimo cadde, il silenzio tornò di colpo, come se il bosco si fosse limitato ad aspettare che finissimo.
Vesha ansimava, sia per l'azione sia per l'euforia.
"Ce l'abbiamo fatta a...", ma non riuscii a finire la frase
Vesha mi fu addosso un attimo dopo.
Mi baciò senza chiedere, senza lasciarmi il tempo di prepararmi, con addosso ancora il fiato corto dello scontro, l’odore del bosco, l’adrenalina e qualcosa di più profondo che ci portavamo dietro da un po’. Restai immobile per un solo battito di cuore, travolto dalla sorpresa. Poi le misi una mano alla vita quasi senza pensarci.
Quando si staccò da me, io la guardai come un idiota appena colpito in testa.
Lei aveva quel mezzo sorriso storto, pericoloso, che le veniva quando sapeva di avermi mandato completamente fuori strada.
“Bel combattimento.”, disse Vesha rossa in viso
“Ho fatto del mio meglio.”, dissi...che frase stupida.
Rise di nuovo, come se baciarmi nel mezzo di un bosco subito dopo aver abbattuto tre nemici fosse la cosa più normale del mondo, e si chinò a raccogliere le erbe cadute durante il combattimento.
Io la guardai ancora per un istante, stordito come uno scemo, poi mi costrinsi a fare lo stesso.
Dovevamo tornare da Linn.
Già. Linn.
Quel pensiero mi rimise un po’ in ordine la testa.
Raccogliemmo tutto quello che potevamo, trovammo ancora qualche foglia utile sulla strada del ritorno e ci dirigemmo verso il fiume. Tra noi era cambiato qualcosa. Si sentiva. Nel modo in cui tacevamo, nel modo in cui ci guardavamo di sfuggita, nel modo in cui non c’era più ostilità, ma una specie di tensione viva, densa, quasi pericolosa.
Quando il campo apparve tra gli alberi, mi chiesi se si vedesse dalla faccia. Se avessi l’aria di uno che aveva trovato erbe medicinali e problemi emotivi in egual misura.
Appena ci videro arrivare, Clovette alzò la testa e ci lanciò uno sguardo furbo.
“Oh, bene,” disse con un tono fin troppo innocente. “Temevamo vi foste persi. O appartati.”
Vesha, che fino a un attimo prima era stata perfettamente padrona di sé, arrossì.
Fu una cosa rapida, ma la vidi benissimo.
E lo ammetto: per un istante mi godetti lo spettacolo con una soddisfazione un po’ meschina.
Poi guardai Linn.
Era sollevata su un gomito. I suoi occhi si posarono prima sul fascio di erbe nelle nostre mani, poi su Vesha, poi su di me. Sul suo viso comparve una smorfia dura, sottile. Fastidio. Dolore. Sospetto. O forse qualcosa che somigliava molto alla gelosia.
“siete feriti” disse.
Abbassai lo sguardo sulle erbe. “Abbiamo trovato tre stronzi...e le erbe”
“Capisco,” rispose.
Ma dal tono si capiva benissimo che non capiva affatto. O peggio: che capiva fin troppo.
E in quel momento ebbi l’impressione netta che curarle la caviglia sarebbe stato molto più semplice che sistemare tutto il resto.




Commenti
Posta un commento